La Storia

Dimora della Pigna: una residenza storica risalente al Settecento, appartenuta per oltre tre secoli alla stessa famiglia.
Un luogo raro, dove la storia non si racconta: si vive.

La Dimora della Pigna si trova nella piazza principale del paese: comoda ai servizi, ma sorprendentemente silenziosa e riservata.
Facente parte del nucleo più antico di Pianfei, ossia del borgo settecentesco sorto a ridosso della chiesa, una parte della proprietà si affaccia su un cortile tradizionale condiviso con altre abitazioni — autentico spaccato della vita di un paese — mentre le parti opposte si affacciano verso la campagna, con frutteti, vigne e vista montagne.

Il piccolo Comune di 2000 anime è votato storicamente all’allevamento e all’agricoltura e se nel tempo si sono sviluppate attività imprenditoriali ed industriali, rimane un luogo tranquillo dal sapore semplice. Artisti di fama internazionale come il pittore ligure Giuseppe Sacheri (1863 -1950) hanno trovato ispirazione dalla dolcezza del suo paesaggio nelle diverse ore del giorno o nel susseguirsi delle stagioni, tanto da decidere il trasferimento a Pianfei, preferendo la quiete della campagna alla sempre più accelerata vita nella città di Genova. E così intellettuali e artisti amici del maestro presero la consuetudine di ritrovarsi da lui a Pianfei: una fra tutte, la poetessa austriaca Alice Schanzer Galimberti che lo raggiungeva in bicicletta, da Cuneo.

Pianfei campanile e tegole

 

Anche l’architetto e urbanista Michele Valori (1923 -1979) amava trascorrere del tempo libero a Pianfei con la sua famiglia e abbozzò dei progetti proprio per la ristrutturazione della Dimora della Pigna, nella quale alloggiò negli anni ‘70.

Più di recente, ospite degli attuali proprietari anche il giornalista e scrittore Pippo Corigliano (1942 – 2024), che amava ritagliarsi tempi di silenzio a Pianfei, passeggiando per la via Sacheri, stando nel gran Portico e ultimando i suoi libri nella camera studio al primo piano della Dimora della Pigna.

veduta di fondo dal portico verso giardino

Perché “Dimora della Pigna”

La pigna è un simbolo antico di continuità, forza vitale e rigenerazione.
Custodisce il seme, promessa di nuova vita, ed è da sempre emblema di unità: molte parti che, insieme, generano armonia e forza.

Proveniente da un sempreverde, nell’arte cristiana rappresenta resurrezione e immortalità. È un segno discreto ma potente, legato all’idea di ciò che cresce, si rinnova e rimane.

Ci è sembrato il simbolo più autentico per questa dimora, appartenuta per oltre tre secoli alla stessa famiglia, unita nell’amore per queste terre e nel valore dello stare con chi si ama.

Crediamo nella cura delle cose come manifestazione dell’avere a cuore: la casa, i dettagli, l’accoglienza, le persone.

Unitate
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Troppo fortunati sarebbero i contadini, se conoscessero i loro beni (Virgilio, Georgiche)
Portico, dettaglio pannelli ceramica su forno a legna
portico dettaglio ingresso salone

La storia della Dimora

Una casa che attraversa i secoli senza perdere la propria identità

Nel Piemonte del Settecento la produzione della seta rappresentava un’eccellenza riconosciuta in Europa. Gli organzini piemontesi, destinati alle tessiture pregiate, erano particolarmente apprezzati sui mercati britannici e contribuivano alla prosperità del territorio.

L’allevamento del baco da seta era diffuso soprattutto nelle campagne del Cuneese, ricche di gelsi, mentre la lavorazione avveniva nelle filande, edifici che richiedevano grandi spazi e disponibilità d’acqua.

Dal primo Filatoio di Caraglio, fondato nel Seicento e ancora oggi visitabile, l’industria serica si sviluppò rapidamente: nel corso del Settecento i setifici della zona arrivarono a trentatré. Tra questi vi era anche la filanda di Pianfei, l’edificio che oggi è individuabile nella Dimora della Pigna.

Con l’Ottocento e l’avvento delle fibre artificiali, la seta conobbe il suo declino. Nel 1823 la famiglia proprietaria trasformò l’edificio industriale in rustico agricolo: le sale interne divennero stalle al piano terra e granai al piano superiore, mentre il portico continuò a dominare lo spazio con la sua struttura solida e armoniosa.

Da allora l’immobile venne distinto come “il rustico”, mentre la famiglia risiedeva nella casa padronale antistante la chiesa, giungendo da Torino per amministrare i propri terreni.

Dopo circa un secolo e mezzo di progressivo abbandono, gli attuali proprietari, discendenti della stessa famiglia, hanno restituito vita e identità allo storico edificio, trasformando l’antica filanda in una dimora di campagna di grande fascino.

Il progetto, curato direttamente dalla famiglia – composta da ingegneri, architetti e da una scenografa – ha scelto consapevolmente la via della sobrietà.

Non un lusso esibito, né materiali pensati per stupire, ma un equilibrio misurato: legno, pietra, mattoni rossi, pareti bianche, ferro battuto, ceramica, vimini. Materie semplici, autentiche, in dialogo con la storia dell’edificio.

La bellezza della Dimora non nasce dall’apparenza, ma dall’armonia delle proporzioni, dalla coerenza degli spazi, dalla cura dei dettagli. È uno charme vero, sapiente, radicato nella memoria del luogo.

Oggi questo spazio continua a raccontare la propria storia attraverso le travature del portico, le mura che hanno sfidato i secoli e la luce che accarezza gli ambienti. È una casa pensata per accogliere e per ritrovarsi.

Chi la abita, anche solo per un tempo breve, entra a far parte di una storia che continua.